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La filanda
La tana del lupo
L'inverno dell'aquila
Una vita perfetta
Da Novi a Marengo
LA FILANDA
Novi 1913: un delitto in una filanda. L’accusato, un giovane anarchico,
si proclama innocente, ma non si difende: spetterà al suo avvocato,
anch’egli anarchico, indagare per far luce su una vicenda che
ogni giorno diventa più intricata e torbida, che tira in ballo
le colpe del passato, che coinvolge anche la bella vedova del padrone
della filanda… e che sfocia in nuovi delitti, che tocca drammaticamente il
culmine della pericolosità proprio mentre ad Alessandria
ha luogo il processo a carico dell’imputato…
Questa in sintesi la trama; a questo punto qualcuno potrebbe obiettare,
“ma è un libro giallo”; sembra, ma non è solo questo. Giallo è l’intreccio
che si snoda tra la casualità e la volontà del colpevole, tra le ragioni
dell’ingiustizia del passato che ritorna, tra gli indizi evidenti e
quelli nascosti che compongono lentamente un quadro d’insieme. Il delitto condiziona
in una reazione a catena tutti i personaggi, li costringe a rivivere
il passato e a mettere a nudo i nodi, le angosce, i conflitti che formano
le loro storie segrete. Nascono così vicende parallele che si intersecano con
la principale e loro malgrado ne fanno parte; il romanzo non punta ad
esaurirsi entro il confine del poliziesco, ma si serve di un genere per
significare ben altro. Amo gli autori che riescono ad ampliare il contenitore
per essere più liberi di rendere significati di alto spessore. Trovare un senso
al delitto porta alla luce la realtà del primo '900: è un periodo di crisi
e di forti tensioni sociali, emotivamente coinvolgente, ma nello stesso tempo
privo di possibilità di mediazioni. Fa da scenario alle vicende Novi,
inserita in un quadro storico preciso e ben documentato. L’autrice, grazie
alle notizie apprese dalla viva voce dei familiari che avevano vissuto sulla
loro pelle l’esperienza della filanda e del cotonificio, e dalla lettura dei
giornali dell’epoca, fa emergere tutte le problematiche dei lavoratori,
la politica locale e la situazione economica della città. La sua attenzione particolare
per le vicende politiche, sempre non qualunquistica o pettegola,
riesce a conciliare la “res publica” con la “res” privata’. L’amore per il vero
ed il reale è così forte che anche gli eventi atmosferici eccezionali riportati sono
tratti dalla documentazione dei giornali dell’epoca. Con correttezza e precisione
è stata ricostruita non solo la procedura, ma anche il linguaggio tecnico
della macchina giudiziaria ed i referti medici sono fedelmente ripresi
da documenti. I personaggi, ben strutturati, hanno personalità complesse che
oltrepassano il periodo storico analizzato, per assumere valenze sempre attuali. Elettra
rappresenta la donna borghese culturalmente preparata, ma lontana dai problemi
della realtà sociale; la sua sensibilità, la solitudine morale in cui si
trova a vivere la spingono verso la ricerca della verità. Cadono le certezze
tipiche della sua classe sociale, e la bella vedova comincia a capire
l’ipocrisia di un certo perbenismo che spesso si nasconde dietro la facciata della
rispettabilità e dell’agiatezza, e che non conosce, o meglio non vuole capire,
“le ragioni degli altri”, di quella massa di umili ed oppressi che sono
le vittime del sistema. Leonida incarna “l’idealista anarchico” pronto
a combattere contro ogni forma di ingiustizia; realizzati i suoi obiettivi,
attraverso l’amore riscoprirà sentimenti ed emozioni profonde, fino
a quel momento a lui estranei, che lo porteranno a riflettere anche
sui propri principi. I luoghi della vicenda rievocano il paesaggio tipico
delle nostre zone; l’autrice con una singolare vivacità di particolari descrive
“i posti” a lei cari e noti, le similitudini, la ricca aggettivazione,
la ricercatezza dei vocaboli fanno rivivere ai nostri occhi angoli caratteristici
del contado e della “Novi primo Novecento”. Potremmo paragonare queste pagine
ad un caleidoscopio in cui la realtà storica e la leggenda si mescolano
a pure invenzioni della narratrice, dando vita a forme e colori che
ritraggono e scandagliano la società dell’epoca.
Da “La PROLOCO POZZOLESE informa” 1999
Anna Fellegara
Giovanna Fossati
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LA TANA DEL LUPO
Un bel romanzo giallo-storico: “La tana del Lupo” di Resi Cibabene
Chi stende queste righe, a mo’ di recensione, ha letto “La tana del Lupo”
in due sole sere: trecento pagine che non si è ritrovato sullo stomaco, ma
che l’hanno impegnato, divertito e spesso commosso. E reso ammirato.
La scrittura è elegante, il ritmo sostenuto e mai ripetitivo; bene impostati
i dialoghi, convincenti i personaggi, dai protagonisti alle figure (e macchiette)
che fanno da contorno, non comparse o manichini, ma uomini, donne, giovani
ed anziani, militari e contadini e professionisti, ricchi di umanità, di
una loro dignità, tutti portanti decorosamente la loro ragione d’essere.
La vicenda si nuove nella cornice delle campagne napoleoniche d’Italia,
che vanno dal 1796 al 1800 (14 giugno, Marengo!): operazioni militari,
invasioni da parte degli eserciti austro-russi, la battaglia di Novi del
15 agosto 1799, il brigantaggio, le mene delle classi conservatrici, i vizi
nemmeno del tutto oscuri di una società corrotta e crepuscolare. Ci sono
personaggi veri (Ugo Foscolo, che a Novi si batté con onore; il medico Porta,
protagonista dei fatti di Strevi; e, sino dalle prime pagine, Policarpo Cacherano
d’Osasco e financo don Gerolamo Boccardi, arciprete di Sant’Andrea, e in
più Joubert, Melas, Souwarov, Moreau, Pérignon e tutti i generali che, da una
parte o dall’altra, combatterono in quella torrida giornata d’agosto che vide l’amara
vittoria dei coalizzati); e ci sono i personaggi usciti dalla penna della brava
scrittrice, a cominciare da Lorenzo Bacigalupo, detto il Lupo, che conduce in quel
di Monterotondo la stazione di posta (a cavallo) con annessa trattoria dai succulenti
manicaretti, testimone di vicende liete e tristi, sino al tragico incendio che la ridurrà
in cenere.
Mi guarderò bene dal ritessere qui la trama di questo godibilissimo romanzo
“novese”: se me lo permettessi, ruberei al lettore il sottile piacere di gustarsi
il libro in prima persona, facendosene prendere ed avvincere e calarsi in quei lontani
eventi, di cui Novi ed il Novese furono protagonisti, anche se obtorto collo, perché li
vissero loro malgrado, e le mura, le chiese e le case furono mandate in briciole dalle
cannonate e dalla fucileria dei contendenti. Tutto il romanzo è vero e proprio vivo: affascina
e persuade, cattura e resta “dentro”, indimenticabile.
Da “ Il Popolo di Novi”, 9 ottobre 1994
Egidio Mascherini
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L'INVERNO DELL'AQUILA
L’Aquila vola a Novi
“L’Inverno dell’Aquila” di Resi Cibabene è un’opera piacevolissima. La si legge
agevolmente, lo stile è agile e diretto, la trama ha uno sfondo giallo intrigante
ed avvincente. Man mano che la lettura si protrae, però, emerge e quasi si impone
un’ulteriore natura dell’opera: quella di romanzo a sfondo storico, i cui assoluti
protagonisti sono lo spazio e il tempo.
Ossia la storia della nostra terra in un momento altamente drammatico: la calata
del Barbarossa del 1174 ed il successivo assedio di Alessandria.
L’elemento misterioso si rivela allora come uno stratagemma che l’autrice usa per
mantenere vigile l’attenzione del lettore su qualcosa di più profondo. Ed è
inevitabile, a lettura ultimata, annettere che la Cibabene è riuscita appieno
nel suo intento. E’ riuscita a spogliare l’ambiente che ci circonda della patina
di monotona quotidianità, rendendolo visibile sin nell’anima,scoprendo agli occhi
del lettore una ricchezza inimmaginabile. Si tratta dell’immenso patrimonio storico
di cui il novese, e più in generale l’alessandrino, grondano seppur in maniera molto poco evidente.
Una posizione geografica strategicamente determinante, meta di traffico già da
tempo immemore, che costituì l’oggetto della stessa spedizione del Barbarossa in quel
rigidissimo inverno a cavallo tra il 1174 e il 1176. Il crogiuolo di civiltà diverse,
sovente opposte, che si incontrano, e più spesso si scontrano, fornisce l ‘oggetto,
ne “L’Inverno dell’Aquila”, ad un vasto quadro di analisi psicologica di personaggi
e delle regioni ove essi fondano le proprie gesta.
Emerge una similitudine sorprendente tra l’umanità di quasi mille anni or sono e
quella di oggi. La storia perde nel romanzo l’aspetto di scienza fredda che comunicano
i libri di scuola, e prende vita.
Una vita vorticosa, ciclica, dove non esistono figure astratte, fantasmi finti, ma
persone in carne ed ossa che lottano spesso per sopravvivere. Le figure storiche del
romanzo, accanto ad una doverosa e robusta fase documentata, crescono nelle mani dell’autrice
con gesti, tendenze, mentalità che inevitabilmente riportano a particolari odierni, nostri,
assimilati.
La storia si scopre nella sua intima natura,nel cammino sempre uguale degli uomini verso
obiettivi pratici, reali.
Per raggiungere un tale ambizioso obiettivo, era inevitabile che “L’Inverno dell’Aquila”
si fondasse su meticolose ricerche storiche e topografiche, al fine di ricostruire con
finezza quanto manoscritti spesso incompleti solamente accennavano, non solo per quanto riguarda i profili caratteriali dei personaggi, ma anche nella
citazione di aneddoti, particolarità, minuzie che animano un vero storico decisamente
riuscito.
L’intera struttura dell’opera si regge su di un giallo che la storia ci ha tramandato
irrisolto. Esisteva, infatti, sino alla calata del Barbarossa, un piccolo maniero in una
strategica ed indeterminata posizione a sud di Alessandria. Improvvisamente se ne perde
ogni traccia e neppure a livello topografico se ne ha concreto riscontro. Esistono tuttora
alcuni indizi dell’antica fortificazione, in una zona piuttosto ristretta che parrebbe
appunto quella ricercata.
Da tali premesse prende avvio l’opera letteraria, dove l’autrice immagina un fantomatico
feudatario di tale castello, avvelenato apparentemente senza ragione.
A sondare questo universo di piccolissima nobiltà, sovente meschina, l’imperatore Barbarossa
invia un suo fidatissimo legato, Lothar, nell’intento dichiarato di scagionare da ogni
sospetto la castellana sua protetta.
Intorno al primo delitto ne fioriscono altri, e prende vita una vera e propria tragedia
che i protagonisti vivono con estrema e cieca passionalità. Sullo sfondo si sta svolgendo
la tragedia ben più grande dell’assedio di Alessandria, ma i due mondi, seppure vicini,
paiono impermeabili l’uno all’altro.
Ad unirli, unico elemento, è la figura del legato imperiale. La storia dei grandi avvenimenti
finirà poi per penetrare nel piccolo feudo, travolgendone la precaria quanto tormentata esistenza.
Dall’opera, ricca e riferita fin nei minimi particolari, emerge chiara e pungente la critica verso
la violenza e verso le guerre, dimostratesi assolutamente inutili a risolvere qualsivoglia crisi
di ogni tempo.
Una tematica,questa, che e' ricorrente nell’opera dell’autrice, come emerge anche nell’altro affresco storico
animato, il giallo intitolato “La tana del Lupo”.
da “Il Novese”, aprile 1994
Moreno Bisio
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